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Sei anni e mezzo per una IPTV pirata. Ma se comprare non significa più possedere, cosa significa davvero "rubare"?

Sei anni e mezzo per una IPTV pirata. Ma se comprare non significa più possedere, cosa significa davvero "rubare"?

Nel Regno Unito, Milan Ibrahim, 68 anni, è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per aver gestito un servizio IPTV illegale che, secondo gli investigatori, gli avrebbe fruttato 980.812 sterline in tre anni, circa 1,3 milioni di dollari.

Non stiamo parlando del ragazzino che scarica un film da Internet o dell'utente che cerca di vedere una partita senza sottoscrivere l'ennesimo abbonamento. Secondo la City of London Police, Ibrahim aveva costruito una vera e propria infrastruttura commerciale per la distribuzione illegale di contenuti: 80 server installati a Chorley, clienti nel Regno Unito e all'estero e un sistema descritto dagli investigatori come «complesso e ben organizzato».

L'operazione è stata condotta dalla Police Intellectual Property Crime Unit, la PIPCU, con la collaborazione della Federation Against Copyright Theft, la FACT.

I server sono stati sequestrati e disattivati. Attraverso la piattaforma sarebbero stati distribuiti illegalmente contenuti appartenenti a BBC, ITV, Sky, alla Premier League inglese e a società rappresentate dalla Motion Picture Association.

Il caso, sul piano giudiziario, sembra quindi abbastanza lineare: non semplice fruizione personale, ma un'attività organizzata e redditizia costruita sulla distribuzione senza autorizzazione di contenuti appartenenti ad altri.

Eppure questa vicenda offre l'occasione per affrontare una domanda molto più scomoda.

Se la proprietà è sacra, deve esserlo in entrambe le direzioni

L'industria dell'intrattenimento continua giustamente a sostenere che film, serie televisive, videogiochi e trasmissioni sportive abbiano un proprietario.

Chi li produce possiede dei diritti. Chi li distribuisce senza autorizzazione viola quei diritti.

Il principio è comprensibile.

Il problema nasce quando la stessa industria applica un concetto di proprietà molto diverso al consumatore.

Per decenni, comprare qualcosa significava una cosa piuttosto semplice.

Compravi una videocassetta e quella videocassetta era tua.

Compravi un DVD e quel DVD era tuo.

La casa cinematografica continuava ovviamente a possedere i diritti sul film. Tu non potevi duplicarlo e venderne migliaia di copie. Ma quella copia fisica che avevi pagato apparteneva a te.

Potevi guardarla oggi, domani o vent'anni dopo.

Potevi prestarla.

Potevi regalarla.

Potevi rivenderla.

Il negozio dove l'avevi acquistata poteva chiudere. Il produttore poteva cambiare strategia commerciale. Poteva perfino fallire.

Il tuo DVD rimaneva sullo scaffale.

Nessuno poteva entrare a distanza nel lettore e comunicarti che, da quel momento, non avevi più il diritto di guardarlo.

Con il digitale questo rapporto è stato completamente ribaltato.

Paghi come per un acquisto, possiedi come in un noleggio

Negli ultimi anni ci siamo abituati progressivamente a non possedere più nulla.

Netflix, Disney+, Prime Video e gli altri servizi di streaming sono il caso più evidente.

Paghi ogni mese e accedi a un catalogo.

Un film oggi c'è, domani può sparire.

Una serie può passare da una piattaforma a un'altra.

Per continuare a vedere contenuti che una volta avremmo acquistato singolarmente, dobbiamo mantenere attivi uno, due, tre o cinque abbonamenti.

Fin qui, almeno, il patto è relativamente chiaro: stai pagando un servizio.

Il problema diventa molto più serio quando la stessa filosofia entra nel mondo dell'"acquisto" digitale.

Sempre più spesso premi un pulsante con scritto Compra, paghi un prezzo che assomiglia in tutto e per tutto al prezzo di un prodotto, ma ciò che ottieni realmente non è necessariamente la proprietà di una copia.

Ottieni una licenza.

Un permesso.

Un'autorizzazione all'utilizzo soggetta a condizioni.

E quel permesso può dipendere da un account, da un server, dalla disponibilità del servizio, dalle condizioni contrattuali o dalle decisioni future della società che ti ha venduto il prodotto.

In altre parole: paghi come se stessi comprando, ma possiedi come se stessi noleggiando.

Ed è qui che il discorso sulla pirateria comincia a diventare molto meno semplice di quanto l'industria vorrebbe far credere.

Non puoi vendermi un noleggio chiamandolo "acquisto" e poi farmi una lezione sulla proprietà

Il punto non è sostenere che un'attività come quella contestata a Ibrahim diventi improvvisamente lecita.

Non lo diventa.

Costruire un'infrastruttura da decine di server, rivendere contenuti senza autorizzazione e ricavarne quasi un milione di sterline è una cosa molto diversa dal problema della proprietà digitale del singolo consumatore.

Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare la trasformazione avvenuta negli ultimi vent'anni.

L'industria continua a chiedere ai consumatori di rispettare in maniera assoluta il concetto di proprietà intellettuale mentre, nello stesso momento, ha progressivamente indebolito il concetto di proprietà quando dovrebbe riguardare proprio il consumatore.

Il messaggio diventa paradossale: quello che produciamo noi è nostro per sempre. Quello che compri tu, invece, potrebbe non essere mai veramente tuo.

Ed è difficile non vedere l'asimmetria.

Se acquisto un libro, non acquisto il copyright dell'autore.

Ma quella copia è mia.

Se acquisto un Blu-ray, non divento proprietario del film.

Ma il disco è mio.

Perché nel digitale dovrebbe necessariamente sparire questa distinzione?

Perché l'opera dovrebbe continuare, giustamente, ad appartenere a chi l'ha creata, mentre la copia acquistata dovrebbe smettere di appartenere a chi l'ha pagata?

La tecnologia permette di farlo.

Ma il fatto che qualcosa sia tecnicamente possibile non significa che sia automaticamente giusto.

La pirateria come sintomo, non soltanto come causa

Per anni la pirateria è stata raccontata quasi esclusivamente come un problema di utenti che non vogliono pagare.

Una parte del fenomeno è certamente questa.

Ma fermarsi qui significa ignorare tutto ciò che è cambiato nel frattempo.

Cataloghi frammentati fra decine di servizi. Contenuti che scompaiono. Esclusive. Restrizioni geografiche. Abbonamenti sempre più numerosi. Software trasformato in servizio. Videogiochi legati ad account e infrastrutture online. Prodotti digitali "acquistati" che, nella pratica, rimangono subordinati alle condizioni stabilite dal venditore.

La pirateria non nasce soltanto dal desiderio di avere qualcosa gratis.

In alcuni casi nasce anche dal desiderio, molto più elementare, di conservare qualcosa.

Ed è probabilmente questa la parte del dibattito che l'industria farebbe bene a non ignorare.

Dire che ciò renda automaticamente legale la pirateria sarebbe falso.

Dire che non abbia alcuna influenza sulla sua percezione morale sarebbe altrettanto difficile da sostenere.

Più il consumatore viene abituato all'idea che ciò che paga non gli appartenga realmente, più diventa complicato chiedergli di attribuire alla copia digitale lo stesso significato morale che attribuirebbe al furto di un oggetto materiale.

E adesso potrebbero arrivare anche gli utenti

Nel caso Ibrahim, inoltre, la vicenda potrebbe non terminare con la condanna del gestore.

Gli investigatori hanno spiegato che l'analisi dei server sequestrati potrebbe permettere di identificare anche gli utilizzatori del servizio IPTV. Per alcuni di loro potrebbero esserci multe o altre conseguenze legate alla violazione del copyright e al finanziamento di una piattaforma illegale.

Nei confronti di Ibrahim dovrebbe inoltre essere avviato un procedimento separato nell'ambito del Proceeds of Crime Act, con l'obiettivo di recuperare almeno parte dei guadagni ottenuti attraverso l'attività.

La Premier League, che nel contrasto alla pirateria ha descritto quel servizio come uno dei maggiori fornitori di IPTV illegale attivi nel Regno Unito, ha definito l'operazione significativa.

Sul contrasto alle organizzazioni che costruiscono attività milionarie rivendendo contenuti altrui si può discutere relativamente poco.

Ma il problema culturale che si trova alle spalle della pirateria rimane.

E continuerà probabilmente a crescere finché l'industria pretenderà di usare due definizioni differenti della parola proprietà.

Una per sé.

Una per chi paga.

Per decenni ci è stato ripetuto che copiare non significa possedere.

Oggi sembra che ci venga chiesto di accettare che nemmeno comprare significhi possedere.

Forse, prima di domandarsi soltanto come punire chi pirata un contenuto, sarebbe utile chiedersi perché così tanti consumatori abbiano smesso di considerare credibile il modello che dovrebbe convincerli a non farlo.

Perché una regola dovrebbe essere semplicissima: se lo chiami acquisto, dopo che ho pagato deve essere mio.

Altrimenti chiamalo per quello che è.

Un noleggio.

Fonti

Written by Claudio