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Data center e territorio: cosa sappiamo davvero degli impatti sulle aree circostanti

Data center e territorio: cosa sappiamo davvero degli impatti sulle aree circostanti

Quando pensiamo a Internet, al cloud o all'intelligenza artificiale tendiamo a immaginare qualcosa di immateriale. In realtà, dietro ogni servizio digitale esiste un'infrastruttura fisica fatta di edifici, server, trasformatori, sistemi di raffreddamento, generatori di emergenza, linee elettriche e grandi quantità di energia. I data center sono quindi infrastrutture industriali a tutti gli effetti, e con l'aumento delle loro dimensioni sta crescendo anche l'interesse scientifico per ciò che accade fuori dal perimetro dell'impianto.

La domanda diventa particolarmente importante quando un data center viene costruito vicino ad abitazioni, aree agricole o ecosistemi naturali: fino a quale distanza sono stati realmente osservati degli effetti?

La letteratura peer reviewed disponibile non consente ancora di stabilire una generica "distanza di sicurezza", ma permette di individuare alcune scale interessanti. Gli studi più recenti hanno rilevato effetti termici fino a circa 500 metri, differenze acustiche a circa 60 metri, anomalie territoriali e vegetazionali entro 1 chilometro e, nelle simulazioni relative ai generatori diesel, incrementi degli inquinanti fino a circa 2 chilometri sottovento. Sono risultati che meritano attenzione, ma devono essere letti correttamente.

Il problema più direttamente misurato: il calore

Un data center utilizza enormi quantità di energia elettrica, e quasi tutta questa energia, dopo essere stata utilizzata dai server e dalle apparecchiature, deve infine essere dissipata sotto forma di calore. Per molti anni questo fenomeno era noto dal punto di vista ingegneristico, ma mancava qualcosa di fondamentale, cioè misurare se quel calore modificasse realmente la temperatura dell'aria nei quartieri circostanti.

Nel 2026 David J. Sailor, Soroush Samareh Abolhassani ed Eli P. Martin dell'Arizona State University hanno pubblicato uno dei lavori più interessanti disponibili finora, Data Center Waste Heat as an Emerging Urban Thermal Hazard: First Field Measurements of Neighborhood-Scale Air Temperature Impacts. I ricercatori hanno effettuato misurazioni mobili della temperatura intorno a quattro data center operativi nell'area metropolitana di Phoenix, in Arizona, e gli impianti analizzati andavano da un edificio da 36 MW a un campus di colocation da 169 MW.

Il risultato è significativo. Nei quartieri situati sottovento rispetto agli impianti l'aria risultava mediamente tra 0,7 e 0,9 °C più calda rispetto alle corrispondenti zone sopravento, e in alcuni attraversamenti la differenza massima osservata ha raggiunto 2,2 °C. Soprattutto, la firma termica del data center era ancora rilevabile a distanze comprese indicativamente tra 100 e 500 metri dal perimetro dell'impianto.

L'effetto misurato arriva quindi fino a circa 500 metri. Questo non significa che qualsiasi data center aumenti automaticamente di due gradi la temperatura entro 500 metri, perché il risultato dipende dalla potenza dell'impianto, dai sistemi di raffreddamento, dal vento, dalla morfologia urbana, dalla stagione e dalle condizioni meteorologiche. Ma significa qualcosa di altrettanto importante, cioè che il calore prodotto da grandi data center non rimane necessariamente confinato all'interno della proprietà, e può creare un pennacchio termico misurabile nei quartieri circostanti. In città già interessate dall'isola di calore urbana, questo elemento diventa particolarmente rilevante nella pianificazione territoriale.

Un'altra traccia emerge dai satelliti: più caldo e meno vegetazione

Un secondo lavoro pubblicato nel 2026 ha esaminato 46 edifici adibiti a data center nell'area di Phoenix, utilizzando immagini satellitari ECOSTRESS e Landsat, e ha confrontato aree situate a diverse distanze dagli impianti, cioè entro 1 km, tra 1 e 2 km e tra 2 e 3 km. Entro il primo chilometro la temperatura superficiale media rilevata era di circa 39,74 °C, contro 39,26 °C per l'area metropolitana nel suo complesso, una differenza di circa 0,48 °C. Anche l'indice satellitare di vegetazione NDVI risultava inferiore, 0,15 entro un chilometro dai data center contro 0,17 per Phoenix nel suo complesso.

Attenzione però alla causalità. Questo studio non dimostra che il data center abbia direttamente fatto scomparire la vegetazione, perché i data center tendono a essere costruiti in zone industriali caratterizzate già in partenza da grandi edifici, parcheggi, superfici impermeabili e minore presenza di verde. Gli stessi autori sottolineano che l'analisi è esplorativa e non permette di stabilire un rapporto di causa ed effetto. Il risultato rimane comunque interessante dal punto di vista urbanistico, perché intorno ai data center analizzati esiste una zona caratterizzata contemporaneamente da maggiore temperatura superficiale e minore copertura vegetale, particolarmente evidente entro circa 1 km.

Ma il calore può diventare una risorsa: l'esempio che quasi nessuno considera

infomaniak datacenter scalda abitazioni

Finora abbiamo parlato del calore come di un problema, un pennacchio termico che esce dal perimetro. Esiste però un esempio concreto che ribalta completamente la prospettiva, e che stranamente entra di rado nel dibattito pubblico: se quel calore, invece di essere disperso, viene recuperato, un data center può diventare il riscaldamento di un quartiere.

È esattamente ciò che ha fatto Infomaniak, un provider cloud svizzero, con il suo data center D4 inaugurato a Ginevra il 27 gennaio 2025. L'impianto è stato costruito interrato sotto l'ecoquartiere della cooperativa partecipativa La Bistoquette, quindi senza alcun impatto sul paesaggio, e recupera il 100% dell'elettricità che consuma trasformandola in calore immesso nella rete di teleriscaldamento del cantone di Ginevra. Il calore, prodotto dai server intorno ai 40 e 45 °C, viene innalzato con pompe di calore e distribuito alle abitazioni. Il progetto è stato realizzato insieme alla stessa cooperativa La Bistoquette e a Services Industriels de Genève, l'utility locale, e si inserisce in un quadro normativo preciso, la legge ginevrina sulle reti termiche strutturanti, in vigore dal 1° gennaio 2025, che spinge a sostituire il riscaldamento fossile con energie rinnovabili e di recupero.

I numeri aiutano a capire la scala. A piena capacità il data center immetterà circa 14,9 GWh all'anno nella rete, pari a 1,7 MW di calore recuperato, l'energia necessaria per riscaldare circa 6.000 abitazioni a basso consumo dello standard Minergie-A durante l'inverno, oppure per fornire l'acqua calda di 20.000 docce da cinque minuti al giorno in estate. L'impianto fa girare circa 10.000 server e già dall'11 novembre 2024 immette calore nella rete, pur funzionando per ora a circa un quarto del suo potenziale, con la piena capacità prevista entro il 2028. Il recupero evita ogni anno migliaia di tonnellate di CO₂ rispetto al gas o ai pellet di legno.

Qui vale la pena fermarsi a ragionare. Una comunità che oggi teme un data center vicino a casa perché lo associa a calore disperso, rumore e consumi, davanti a un impianto come questo potrebbe fare un calcolo diverso: al posto di un capannone che scalda l'aria del quartiere senza restituire nulla, un'infrastruttura interrata che d'inverno le scalda la casa, spesso a costi inferiori e senza bruciare combustibili fossili. È ragionevole pensare che molte persone accetterebbero più volentieri un data center in cambio del riscaldamento invernale, soprattutto dove il freddo pesa sulle bollette.

E c'è un secondo aspetto, di natura energetica. Per circa metà dell'anno, la stagione fredda, il calore che il data center dissiperebbe comunque diventa calore che le abitazioni non devono più produrre bruciando gas o pellet. Non significa che il data center consumi meno elettricità, quella resta, ma significa che una parte di quell'energia, invece di essere buttata, sostituisce il fabbisogno di riscaldamento del quartiere. Sul bilancio energetico locale, nei mesi in cui si riscalda, i consumi aggiunti dall'impianto si compensano almeno in parte con quelli tolti alle case. In estate il beneficio è minore e si limita all'acqua calda sanitaria, ma nella metà fredda dell'anno il recupero cambia davvero l'equazione.

Naturalmente non è una soluzione universale. Funziona quando il data center è progettato per il recupero fin dall'inizio, quando esiste o si costruisce una rete di teleriscaldamento vicina, quando la regolazione lo incentiva e quando c'è una comunità disposta a ospitarlo, come una cooperativa di abitanti. Ma dimostra che lo stesso calore che negli studi precedenti compare come un rischio termico può, con la progettazione giusta, diventare la ragione principale per cui un quartiere vorrebbe un data center accanto, invece di temerlo.

Rumore: differenze misurate già a circa 60 metri

Un altro problema segnalato frequentemente dalle comunità che vivono accanto ai grandi data center è il rumore continuo, le cui sorgenti sono numerose, cioè grandi ventilatori, chiller, pompe, sistemi HVAC, trasformatori, server e generatori di emergenza. Uno dei pochi lavori che ha confrontato direttamente quartieri situati a distanze diverse è stato presentato nel 2025 alla conferenza peer reviewed ACM COMPASS da ricercatori del MIT e della University of Massachusetts Amherst.

Lo studio, The Cloud Next Door: Investigating the Environmental and Socioeconomic Strain of Datacenters on Local Communities, ha effettuato misurazioni preliminari ad Ashburn, in Virginia, una delle zone con la maggiore concentrazione di data center al mondo. I ricercatori hanno confrontato un'area residenziale situata a circa 200 piedi dall'impianto, equivalenti a circa 61 metri, con un quartiere di controllo posto a circa 2 miglia, cioè 3,2 chilometri, utilizzando il fonometro NIOSH. Il livello acustico medio riportato era di circa 28,0 dB a 61 metri, contro circa 22,3 dB a 3,2 km. Il rumore risultava quindi sistematicamente più elevato vicino al data center, e gli autori descrivono inoltre la presenza di un ronzio persistente a bassa frequenza. Si tratta però di misure preliminari e di un numero limitato di rilevazioni, quindi non sarebbe corretto trasformare questi valori in una regola universale.

Il vero problema del rumore è ciò che ancora non viene misurato bene. Una review scientifica pubblicata nell'agosto 2026 ha evidenziato una lacuna sorprendente: nonostante ventilatori, HVAC, trasformatori e generatori possano produrre componenti a bassa frequenza, non esistono ancora studi pubblicati che abbiano caratterizzato sistematicamente lo spettro degli infrasuoni e del rumore a bassissima frequenza di un data center operativo e contemporaneamente studiato gli effetti sanitari sui residenti circostanti. Questo significa che è corretto affermare che il rumore dei data center è reale e misurabile, mentre non è scientificamente corretto affermare, sulla base delle evidenze oggi disponibili, che gli infrasuoni dei data center provochino una determinata patologia nelle persone che abitano nelle vicinanze. Quella ricerca deve ancora essere fatta.

Qualità dell'aria: il problema dei generatori diesel

Un grande data center non può permettersi di spegnersi in caso di interruzione della rete elettrica, e per questo gli impianti dispongono generalmente di gruppi elettrogeni di emergenza, spesso diesel, che devono essere periodicamente accesi per prove e manutenzione e possono entrare in funzione durante blackout o situazioni di emergenza. Qui la letteratura fornisce indicazioni interessanti sulla distanza, ma con una precisazione importante, perché uno degli studi più citati è modellistico, non una misurazione diretta della concentrazione degli inquinanti nei quartieri.

Uno studio pubblicato sul Journal of the Air & Waste Management Association ha simulato un data center che produceva 10 MW di energia di emergenza attraverso generatori diesel senza sistemi di abbattimento, funzionanti per due ore. Il risultato ha mostrato incrementi modellati della concentrazione di NO₂ compresi tra 10 e 50 ppbv entro circa 2 chilometri sottovento, mentre per il particolato gli incrementi massimi simulati erano compresi tra circa 1 e 5 µg/m³ nelle prime centinaia di metri dall'impianto.

In questo scenario, quindi, il particolato si concentra soprattutto nelle prime centinaia di metri, mentre l'NO₂ mostra un segnale modellato fino a circa 2 km sottovento. È importante sottolineare nuovamente che si tratta di una simulazione basata su uno specifico scenario di funzionamento dei generatori, e non equivale a dire che in qualsiasi momento le persone entro due chilometri da un data center siano esposte a quell'incremento di NO₂. Dimostra però che l'uso simultaneo di grandi batterie di generatori diesel può produrre un impatto atmosferico che non si arresta al confine dell'impianto. Non a caso, nel 2026 il Department of Environmental Quality della Virginia ha avviato una rete specifica di sensori nell'area di "Data Center Alley" per misurare realmente NO₂, PM2.5 e CO nei quartieri caratterizzati da un'elevata concentrazione di data center: si tratta di un monitoraggio pubblico ancora in corso e non di un lavoro peer reviewed, ma mostra quanto la questione sia ormai diventata concreta anche per le autorità ambientali.

Acqua: qui la distanza può essere una misura ingannevole

Per l'acqua bisogna cambiare completamente prospettiva. Alcuni data center utilizzano sistemi di raffreddamento evaporativo che possono richiedere grandi quantità di acqua, e a questo consumo diretto va aggiunta l'acqua utilizzata indirettamente per produrre l'elettricità consumata dall'impianto. Uno degli studi fondamentali è quello di Siddik, Shehabi e Marston, pubblicato nel 2021 su Environmental Research Letters: analizzando spazialmente l'impronta idrica dei data center statunitensi, gli autori hanno rilevato che circa un quinto dell'impronta idrica diretta dei server si trovava in bacini caratterizzati da stress idrico moderato o elevato, mentre quasi metà dei server dipendeva almeno in parte da centrali elettriche situate in regioni soggette a stress idrico. Una review pubblicata su npj Clean Water ha inoltre evidenziato la difficoltà di conoscere il consumo reale a causa della limitata trasparenza del settore, e ha riportato che, nei dati disponibili all'epoca, una parte significativa dell'acqua utilizzata poteva provenire da risorse potabili.

Ma quanto lontano arriva l'effetto? Qui non ha molto senso parlare di 500 metri, un chilometro o due chilometri, perché se l'acqua viene prelevata da una falda o da un bacino idrografico le conseguenze dipendono dalla geologia, dalla disponibilità della risorsa, dalla stagione e dagli altri utilizzatori dello stesso sistema idrico. Un data center può quindi avere un impatto idrico significativo anche su ecosistemi che non si trovano immediatamente accanto all'edificio.

Biodiversità e fauna: una delle grandi domande ancora aperte

Nel 2026 è stato pubblicato su Water Biology and Security un lavoro dal titolo emblematico, Data centers: an emerging threat to freshwater biodiversity in the United States. Gli autori analizzano diversi percorsi attraverso cui la crescita dei data center può interessare gli ecosistemi d'acqua dolce, cioè prelievi di acqua per raffreddamento, domanda di acqua legata alla produzione termoelettrica, variazioni nell'utilizzo degli impianti idroelettrici, alterazioni dei flussi e rischio di entrainment degli organismi acquatici.

Il lavoro è importante, ma bisogna comprenderne bene il significato. Non dimostra che a 300 metri o a 1 km da un data center diminuisca automaticamente il numero di pesci, anfibi, insetti o uccelli, ma costruisce un quadro scientifico dei possibili meccanismi attraverso cui l'enorme domanda di acqua ed elettricità dell'infrastruttura digitale può propagarsi negli ecosistemi. Ed è proprio qui che emerge una delle maggiori lacune della ricerca attuale, perché mancano ancora studi ecologici longitudinali del tipo censimento della biodiversità prima della costruzione del data center, monitoraggio durante il cantiere, monitoraggio dopo l'entrata in funzione e confronto con aree di controllo. Per la biodiversità terrestre sappiamo molto sui meccanismi generali associati a consumo di suolo, impermeabilizzazione, frammentazione degli habitat, rumore, illuminazione e alterazione del microclima, ma abbiamo ancora relativamente poche misure specifiche realizzate intorno ai data center.

Cosa ci dicono allora le distanze?

Mettendo insieme gli studi disponibili emerge una prima fotografia interessante, perché gli impatti non hanno tutti la stessa geografia. Il rumore può diventare rilevante già nelle immediate vicinanze dell'impianto, il calore può produrre un pennacchio misurabile per alcune centinaia di metri, la temperatura superficiale e le caratteristiche della vegetazione mostrano differenze osservabili su una scala dell'ordine del chilometro anche se non è ancora possibile attribuirle interamente al data center, mentre le emissioni dei generatori diesel, quando funzionano, possono essere trasportate dal vento per distanze superiori, con modelli che mostrano variazioni di NO₂ fino a circa 2 km sottovento. Gli impatti sull'acqua e sugli ecosistemi acquatici possono avere una scala ancora diversa, determinata non dalla distanza lineare ma dal bacino idrografico e dal sistema energetico.

In sintesi, il calore nell'aria è stato misurato direttamente sul campo fino a circa 500 metri, il rumore comunitario mostra con misure dirette preliminari una differenza già a circa 61 metri rispetto ai 3,2 km del quartiere di controllo, la temperatura superficiale e la vegetazione da osservazioni satellitari di tipo correlativo si distinguono soprattutto entro 1 km, il particolato dei generatori diesel si concentra secondo la modellazione atmosferica soprattutto nelle prime centinaia di metri, l'NO₂ sempre da modellazione arriva fino a circa 2 km sottovento, mentre acqua e biodiversità acquatica non seguono un raggio fisso ma la scala del bacino idrografico.

Questi numeri non vanno interpretati come una proposta di "fasce di sicurezza". Per definire la compatibilità di un progetto con un territorio servirebbe conoscere almeno la potenza elettrica e termica dell'impianto, la tecnologia di raffreddamento, il numero e la potenza dei generatori, le emissioni autorizzate, l'orografia, i venti prevalenti, le destinazioni d'uso circostanti, la disponibilità idrica e la sensibilità ecologica dell'area.

Il punto centrale: un data center non è un edificio neutro

La principale conclusione che emerge dalla letteratura scientifica è forse questa: un data center non dovrebbe essere valutato soltanto come un grande capannone industriale, perché è contemporaneamente una grande sorgente di calore, un consumatore continuo di energia, un possibile grande utilizzatore di acqua, un'infrastruttura dotata di importanti apparecchiature di raffreddamento e una struttura che dispone generalmente di generatori di emergenza. Le prime misure sul campo dimostrano inoltre che almeno alcuni di questi effetti possono superare fisicamente il confine della proprietà.

Questo diventa particolarmente importante quando nuovi impianti vengono localizzati vicino a quartieri residenziali, scuole, ospedali, aree agricole, corsi d'acqua o habitat naturali. La scienza non ci permette ancora di stabilire una distanza universale oltre la quale un data center diventa automaticamente innocuo, ma ci permette di affermare qualcosa di diverso e probabilmente più importante, cioè che considerare solamente ciò che avviene dentro il recinto del data center non è più sufficiente. Una valutazione ambientale moderna dovrebbe analizzare almeno il microclima entro alcune centinaia di metri, il rumore presso i recettori residenziali, la dispersione delle emissioni dei generatori su scala chilometrica, il bilancio idrico a scala di bacino e gli effetti cumulativi quando più data center vengono concentrati nello stesso territorio.

Perché il "cloud" può sembrare immateriale, ma l'infrastruttura che lo rende possibile occupa un territorio molto reale.

Riferimenti scientifici principali

  1. Sailor D.J., Samareh Abolhassani S., Martin E.P. (2026), Data Center Waste Heat as an Emerging Urban Thermal Hazard: First Field Measurements of Neighborhood-Scale Air Temperature Impacts, Journal of Engineering for Sustainable Buildings and Cities. DOI: 10.1115/1.4071922.
  2. Molla A. (2026), In my backyard? Digital heat islands and the environmental justice of AI infrastructure in Phoenix, Climate Physics and Atmospheric Science. DOI: 10.1016/j.cpas.2026.100016.
  3. Ngata W.M. et al. (2025), The Cloud Next Door: Investigating the Environmental and Socioeconomic Strain of Datacenters on Local Communities, Proceedings of ACM COMPASS '25. DOI: 10.1145/3715335.3736324.
  4. Microscale air quality impacts of distributed power generation facilities (2016), Journal of the Air & Waste Management Association. DOI: 10.1080/10962247.2016.1184194.
  5. Siddik M.A.B., Shehabi A., Marston L. (2021), The environmental footprint of data centers in the United States, Environmental Research Letters, 16, 064017. DOI: 10.1088/1748-9326/abfba1.
  6. Mytton D. (2021), Data centre water consumption, npj Clean Water, 4, 11. DOI: 10.1038/s41545-021-00101-w.
  7. Jager H. et al. (2026), Data centers: an emerging threat to freshwater biodiversity in the United States, Water Biology and Security. DOI: 10.1016/j.watbs.2026.100585.
  8. Wheeler M.R. et al. (2026), Infrasound and Low-Frequency Noise in Data Center Environments: A Narrative Review Toward Health-Protective Acoustic Design Standards, Clean Technologies, 8(4), 126. DOI: 10.3390/cleantechnol8040126.
  9. Infomaniak (2025), Infomaniak inaugura un data center che recupera il 100% della sua energia per riscaldare gli edifici (comunicato ufficiale). news.infomaniak.com
  10. RTS (2025), Un data center écolo chauffe 6000 foyers à Genève. rts.ch
Written by Claudio