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EssilorLuxottica ha vinto la prima battaglia degli smart glasses... ma rischia di restare soltanto la montatura dei computer di altri

EssilorLuxottica ha vinto la prima battaglia degli smart glasses... ma rischia di restare soltanto la montatura dei computer di altri

Questo articolo pesa, e ci tengo molto.

L’azienda di cui sto per parlare è nata qui, dove vivo. È l’azienda che ha costruito gran parte di ciò che mi circonda ogni giorno.

Ma proprio per questo non voglio fare sconti a nessuno. Voglio dare il mio punto di vista, fino in fondo.

Ray-Ban Meta ha risolto il problema che Google Glass non era mai riuscito a risolvere: convincere milioni di persone a indossare un computer sul viso. Ma mentre EssilorLuxottica e Meta perfezionano quella formula, display ultraleggeri, AI locale e nuovi modelli low-bit stanno cambiando nuovamente le regole. La prossima battaglia non sarà per vendere più occhiali. Sarà per decidere chi possiederà l’interfaccia attraverso cui vedremo il mondo.

Ci sono momenti in cui il rischio più grande per un leader di mercato non è commettere un errore.

È continuare a fare perfettamente ciò che lo ha reso leader, mentre cambia la natura stessa del mercato.

EssilorLuxottica e Meta hanno realizzato qualcosa che molti giganti tecnologici avevano fallito prima di loro: hanno trasformato gli smart glasses da oggetto tecnologico socialmente imbarazzante a prodotto che milioni di persone sono disposte a indossare nella vita quotidiana.

Non è un risultato marginale.

È probabilmente il più importante risultato ottenuto finora dall’industria della realtà aumentata.

Nel secondo trimestre del 2026 Meta controllava, secondo IDC, il 68,7% delle spedizioni globali di visori e occhiali XR. Gli occhiali senza display (gli “audio glasses” nella classificazione IDC, categoria dominata dai Ray-Ban Meta) rappresentavano da soli il 70,3% delle unità spedite. Contemporaneamente EssilorLuxottica comunicava che i ricavi legati agli AI glasses erano quasi raddoppiati nel trimestre.

Questi sono numeri da leadership.

Ed è precisamente per questo che il problema che sta emergendo merita attenzione.

Perché EssilorLuxottica e Meta potrebbero aver vinto la prima battaglia degli smart glasses costruendo il miglior occhiale intelligente del mercato.

La seconda battaglia sarà però per costruire qualcosa di diverso:

il primo vero computer personale indossabile sul viso.

E non è affatto certo che le competenze necessarie per vincere la prima siano sufficienti per vincere la seconda.

Il capolavoro di EssilorLuxottica non è tecnologico. È antropologico.

Per comprendere la posizione attuale bisogna riconoscere fino in fondo ciò che EssilorLuxottica ha portato alla partnership con Meta.

Non semplicemente Ray-Ban.

Non semplicemente le lenti.

Ha portato una conoscenza estremamente difficile da replicare: come fare in modo che una persona accetti di portare un oggetto sul volto per dieci ore al giorno.

Fit, ergonomia, peso, prescrizione, materiali, distribuzione ottica, regolazioni, assistenza, estetica, identità di marca.

Un’azienda elettronica può progettare un computer potentissimo.

Costruire qualcosa che un essere umano desideri mettere sul proprio viso è un problema completamente diverso.

Meta ed EssilorLuxottica collaborano dal 2019 e nel 2024 hanno esteso l’accordo su un orizzonte pluriennale che arriva nel prossimo decennio. La logica dichiarata della partnership è esattamente l’integrazione della tecnologia Meta con la capacità industriale, distributiva e di design di EssilorLuxottica.

Quella formula ha funzionato.

Ray-Ban Meta Gen 3 porta oggi camera da 12 MP, video 3K, sei microfoni e fino a nove ore di autonomia continuando a presentarsi essenzialmente come un paio di Ray-Ban.

È un risultato di packaging industriale notevole.

Ma contiene anche il seme del problema.

Perché tutta l’architettura è stata ottimizzata attorno a un principio:

la tecnologia deve scomparire dentro l’occhiale.

La prossima generazione potrebbe richiedere esattamente il contrario:

l’occhiale deve diventare tecnologia.

La gabbia dorata del Ray-Ban Meta

Il Ray-Ban Meta classico dispone di occhi (la camera) e di orecchie (microfoni e speaker).

Può osservare il mondo.

Può ascoltare.

Può interrogare un’intelligenza artificiale.

Può rispondere.

Ma manca ancora un canale fondamentale:

non può mostrare il mondo digitale direttamente nel campo visivo dell’utente.

L’interazione rimane sostanzialmente:

mondo → camera → AI → audio.

È sorprendentemente utile.

Ma l’audio ha una densità informativa radicalmente inferiore alla vista.

Un assistente può dire:

“Tra cento metri gira a destra.”

Un display può semplicemente far comparire una freccia.

Un assistente può leggere una traduzione.

Un display può sovrapporre i sottotitoli mentre continui a guardare la persona che sta parlando.

Un assistente può descrivere un componente industriale.

Un display può indicare direttamente quale vite smontare.

È la differenza tra un assistente che conosce ciò che stai guardando e un computer che condivide realmente il tuo spazio visivo.

Meta conosce perfettamente questa differenza.

È per questo che esiste Meta Ray-Ban Display.

Ed è proprio quel prodotto a mostrare quanto sia difficile superare la barriera successiva.

Il Ray-Ban Display integra un pannello a colori da 600×600 pixel con un campo visivo di circa 20 gradi, ma soltanto su un occhio. Il peso sale a circa 69 grammi, contro il territorio molto più vicino agli occhiali tradizionali delle versioni senza display.

In cambio si ottengono navigazione heads-up, messaggi, informazioni visive, immagini e interazione con Meta AI senza estrarre lo smartphone.

È un importante passo avanti.

Ma rende visibile il triangolo che nessuno nell’industria ha ancora risolto completamente:

estetica, autonomia, visual computing.

Aumentare uno dei tre continua a costare qualcosa agli altri due.

Poi si guarda alla Cina, e il quadro diventa meno rassicurante

Dire che “i cinesi hanno superato Meta” sarebbe inesatto.

Commercialmente non è neppure vicino alla realtà.

Meta possiede quasi il 69% del mercato globale, mentre RayNeo, Xiaomi e altri concorrenti rimangono a quote di pochi punti percentuali.

Ma osservare soltanto le quote significa guardare nello specchietto retrovisore.

La questione interessante è un’altra:

con quale velocità si sta spostando la frontiera tecnica?

Rokid commercializza oggi smart glasses da circa 49 grammi con display MicroLED binoculare (monocromatico), 30 gradi di campo visivo, camera da 12 MP, Snapdragon AR1, 2 GB di RAM, 32 GB di storage, navigazione, traduzione, teleprompter e SDK.

Non hanno necessariamente la raffinatezza ottica, industriale, distributiva e di brand di Ray-Ban.

Non significa che siano complessivamente un prodotto migliore.

Ma un dato dovrebbe interessare qualsiasi responsabile R&D del settore:

49 grammi. Display binoculare.

Il Meta Ray-Ban Display è attorno ai 69 grammi ed è monoculare.

RayNeo, all’estremo più tecnologico, propone X3 Pro con MicroLED full-color binoculare, 640×480, 30 gradi di campo visivo, 4 GB di RAM, Snapdragon AR1, 6DoF e SLAM. Pesa 76 grammi, quindi perde nettamente sul terreno dell’eleganza e del comfort, ma mostra già quale sia l’altra direzione possibile: non un occhiale con qualche funzione digitale, ma un piccolo computer AR programmabile.

È questo il segnale che conta.

La Cina non ha ancora superato EssilorLuxottica nel prodotto.

Sta però esplorando lo spazio progettuale molto più aggressivamente.

E quando dieci aziende sperimentano contemporaneamente combinazioni differenti di MicroLED, waveguide, batterie, modelli AI, sensori e sistemi operativi, ciò che conta non è quale prodotto sia migliore oggi.

Conta la velocità con cui la curva converge.

L’errore sarebbe pensare che la prossima barriera sia soltanto ottica

EssilorLuxottica sembra essere perfettamente consapevole dell’importanza strategica del display.

Nel giugno 2026 ha siglato con Applied Materials un accordo di sviluppo congiunto di lungo periodo sulle tecnologie ottiche di nuova generazione, incluse guide d’onda, materiali avanzati e lenti adattive. L’obiettivo dichiarato è accelerare la commercializzazione di sistemi ottici per smart eyewear AR su piattaforme scalabili.

È una mossa estremamente importante.

Ma potrebbe non essere sufficiente.

Perché mentre il problema ottico viene risolto da una direzione, dall’altra sta accadendo qualcosa potenzialmente ancora più destabilizzante.

L’intelligenza artificiale sta uscendo dal cloud.

Il prossimo salto non sarà un display migliore. Sarà un cervello locale.

Gli smart glasses di prima generazione dipendono fortemente da una combinazione di occhiali, smartphone, connettività e cloud.

Questo modello ha senso quando i grandi modelli AI richiedono decine di gigabyte di memoria e datacenter pieni di GPU.

Ma quell’assunzione sta iniziando a rompersi.

Al Snapdragon Summit del settembre 2026 PrismML ha mostrato un nuovo modello multimodale Bonsai da circa 2 miliardi di parametri funzionante localmente su smart glasses equipaggiati con Snapdragon AR1 Gen 1.

AI Snapdragon Smartglas PrismML 2026

La tecnologia usa una rappresentazione estremamente low-bit; secondo PrismML, all’interno dello stesso budget di memoria diventa possibile ospitare modelli con circa quattro volte più parametri rispetto a configurazioni convenzionali precedenti.

Bisogna essere prudenti.

Un modello da 2 miliardi di parametri non sostituisce un modello frontier nel cloud.

“1-bit” non significa inoltre che l’intero sistema (attivazioni, KV cache, vision encoder, memoria temporanea) utilizzi un singolo bit.

Ma il punto strategico non cambia.

Un modello locale non deve sostituire il cloud.

Deve eliminare dal cloud tutto ciò che non avrebbe mai dovuto esserci.

OCR.

Riconoscimento degli oggetti.

Comprensione della scena.

Traduzione di base.

Interpretazione dei comandi.

Classificazione.

Memoria contestuale locale.

Piccoli ragionamenti.

Filtraggio degli eventi interessanti.

L’architettura diventa:

camera → AI locale → risposta

e solo quando necessario:

AI locale → modello superiore nel cloud.

Questa differenza cambia batteria, latenza, costi infrastrutturali e soprattutto privacy.

E cambia anche la struttura competitiva del settore.

Perché questa tecnologia dovrebbe preoccupare più Meta che EssilorLuxottica, ma interessare EssilorLuxottica più di chiunque altro

Oggi una parte sostanziale del valore degli AI glasses deriva dall’intelligenza che Meta può erogare attraverso la propria infrastruttura.

Se l’intelligenza locale migliora rapidamente, quella componente diventa progressivamente più fungibile.

Lo stesso Snapdragon AR1 che alimenta una parte importante della categoria è disponibile a molti produttori. Qualcomm lo ha progettato specificamente per smart glasses e supporta esplicitamente AI on-device e display binoculari. Nel settembre 2026 Qualcomm ha inoltre lanciato Snapdragon START, un programma turnkey per permettere a sempre più aziende di realizzare dispositivi Personal AI partendo da hardware, software e partner manifatturieri già integrati.

In altre parole:

la barriera all’ingresso tecnologica sta scendendo.

Fotocamera Sony.

Snapdragon.

MicroLED.

Waveguide.

Modello Qwen, Gemini, ChatGPT o un VLM low-bit.

Software preassemblato.

Un produttore che cinque anni fa avrebbe dovuto costruire un laboratorio XR può progressivamente comprare una parte crescente dello stack.

Ciò che rimane molto più difficile da comprare?

Il rapporto tra una lente e il volto umano.

La prescrizione.

L’industrializzazione ottica.

Il fitting.

La distribuzione.

Il marchio.

La capacità di produrre centinaia di varianti che sembrino realmente occhiali.

È qui che si trova EssilorLuxottica.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso.

EssilorLuxottica possiede forse l’asset più difficile da replicare. Ma non possiede ancora la piattaforma.

Nel mondo degli smartphone abbiamo imparato una lezione.

Il produttore del componente fisico più importante non necessariamente cattura la maggior parte del valore.

Il valore tende ad accumularsi attorno a chi controlla:

sistema operativo, identità, applicazioni, dati, servizi e relazione digitale con l’utente.

Negli smart glasses la domanda strategica è quindi molto semplice.

Quando una persona indosserà per dieci ore al giorno un dispositivo EssilorLuxottica, di chi sarà quell’esperienza?

Dell’occhiale?

Di Meta?

Di Android XR?

Di Gemini?

Di Qwen?

Del produttore del chip?

Dell’AI agent?

Dell’applicazione che sta utilizzando?

È una domanda molto più importante della risoluzione del prossimo display.

Perché un’azienda può diventare contemporaneamente il maggiore produttore mondiale di AI glasses e non essere proprietaria del livello nel quale si concentra il valore economico futuro.

Questo è il rischio.

Non perdere contro Rokid.

Non perdere contro Xiaomi.

Il segnale più pericoloso della concorrenza cinese non è il prezzo

È la filosofia.

Molti produttori occidentali continuano a chiedersi:

“Quanta tecnologia possiamo inserire senza compromettere l’occhiale?”

Una parte dell’ecosistema cinese sembra chiedersi:

“Quanto computer possiamo comprimere dentro cinquanta grammi?”

Sembrano domande quasi identiche.

Non lo sono.

La prima parte dall’industria dell’eyewear.

La seconda parte dal computing.

A lungo termine potrebbero condurre a prodotti completamente differenti.

E l’arrivo dell’AI locale rende la seconda strada improvvisamente molto più praticabile.

L’interfaccia del futuro non sarà probabilmente uno smartphone più piccolo

C’è un errore concettuale che accompagna l’AR da quindici anni: immaginare gli occhiali come un telefono spostato davanti agli occhi, con menu, finestre, applicazioni, icone e schermi virtuali.

L’intelligenza artificiale cambia questa logica. Gli smart glasses davvero maturi potrebbero avere pochissima interfaccia grafica tradizionale, perché il loro compito sarà un altro: capire di continuo che cosa sto guardando, che cosa sto facendo e che cosa mi sarebbe utile sapere in questo momento.

Il display non dovrà riempire il campo visivo. Potrebbe bastare che mostri la cosa giusta per tre secondi: una freccia, un nome, una traduzione, un valore, un avviso, la prossima azione da compiere.

È una categoria molto diversa dall’AR immaginata ai tempi di HoloLens. Non serve per forza un campo visivo enorme; serve qualcosa di molto più difficile, cioè un’intelligenza che segue il contesto in continuazione, con un attrito vicino allo zero.

A quel punto gli occhiali smettono di essere una periferica e diventano il dispositivo che conosce meglio il contesto fisico di chi li indossa. Lo smartphone sa dove siamo, l’orologio sa che cosa sta facendo il nostro corpo; gli occhiali possono sapere che cosa stiamo vedendo. Ed è un’informazione di valore enorme.

La lente smette di essere soltanto ottica

Per più di un secolo la lente ha avuto un solo compito: correggere la luce prima che arrivi all’occhio.

Nei prossimi anni dovrà ospitare molto di più. Dentro e attorno alla lente finiranno le guide d’onda che portano l’immagine all’occhio, il display, i sensori, l’eye tracking, la correzione dinamica della vista, le lenti che si scuriscono su comando elettronico. La lente non sarà più la parte trasparente che copre la tecnologia: diventerà essa stessa una parte della tecnologia.

Ed è probabilmente qui che EssilorLuxottica ha una carta che Meta, Google, Apple, Alibaba e Xiaomi non hanno nella stessa forma. Può trasformare una competenza considerata tradizionale, l’ottica, nel componente proprietario su cui si costruirà la prossima generazione di dispositivi.

Ma deve farlo prima che le architetture vengano standardizzate altrove.

Non bisogna battere i cinesi. Bisogna evitare che stabiliscano le regole della nuova categoria.

Rokid oggi è minuscola rispetto a Meta.

RayNeo è minuscola.

Xiaomi possiede una quota limitata.

Alibaba sta costruendo il proprio ecosistema.

Presi individualmente, nessuno rappresenta oggi una minaccia alla leadership commerciale di Ray-Ban Meta.

Ma questa non è la lettura corretta.

La minaccia è la velocità collettiva di esplorazione.

Dieci aziende che provano dieci architetture differenti ogni dodici mesi possono trovare più rapidamente combinazioni che un leader, comprensibilmente impegnato a proteggere un franchise miliardario, sarebbe meno disposto a sperimentare.

È il classico vantaggio dell’inseguitore.

Non ha nulla da proteggere.

Il leader sì.

E qui il successo può diventare una trappola

Ray-Ban Meta ha dimostrato che il pubblico vuole smart glasses che sembrino occhiali.

Sarebbe però pericoloso trasformare questa verità in un dogma:

gli smart glasses del futuro devono continuare a comportarsi come i Ray-Ban Meta di oggi.

Potrebbe accadere esattamente l’opposto.

La tecnologia potrebbe raggiungere un punto nel quale display, AI locale e sensori diventano abbastanza piccoli da non richiedere più il compromesso.

In quel momento non ci sarà più una scelta tra:

occhiale bello

e

computer potente.

Il prodotto vincente sarà entrambi.

E quando quel punto arriverà, il mercato potrebbe cambiare molto più velocemente di quanto suggeriscano le attuali quote.

Il vantaggio di EssilorLuxottica è che non è ancora tardi. Anzi.

Quasi nessun altro soggetto possiede contemporaneamente:

marchi desiderati globalmente, distribuzione fisica, prescrizione, know-how ottico, capacità industriale, relazione con milioni di portatori di occhiali e accesso privilegiato a uno dei migliori partner tecnologici del mondo.

Questa è una posizione straordinaria.

Ma offre due futuri molto diversi.

Nel primo, EssilorLuxottica diventa il partner indispensabile che permette alle grandi piattaforme tecnologiche di mettere i loro computer sul volto delle persone.

È già un business enorme.

Nel secondo, diventa essa stessa uno dei proprietari della piattaforma del visual computing personale.

La differenza tra i due scenari potrebbe valere molto più del mercato eyewear attuale.

La domanda che porrei oggi al board di EssilorLuxottica

Non sarebbe:

“Come facciamo smart glasses migliori?”

Nemmeno:

“Come battiamo Rokid, Xiaomi o Alibaba?”

E neppure:

“Come integriamo un display migliore nei Ray-Ban?”

La domanda sarebbe questa:

Quando gli occhiali diventeranno il principale dispositivo attraverso cui un’intelligenza artificiale comprenderà il mondo fisico di una persona, quale parte di quella relazione apparterrà a EssilorLuxottica?

Se la risposta è soltanto:

montatura, lente, produzione e distribuzione,

allora l’azienda potrebbe diventare enormemente più grande continuando, contemporaneamente, a perdere importanza relativa nella catena del valore.

Se invece la risposta include:

ottica computazionale, intelligenza locale, piattaforma, privacy, sviluppatori e proprietà dell’esperienza, allora EssilorLuxottica non sta semplicemente entrando nel mercato tecnologico.

Sta entrando in uno dei pochissimi mercati potenzialmente abbastanza grandi da succedere allo smartphone.

Ed esiste una ragione per cui questa opportunità dovrebbe essere presa estremamente sul serio.

Apple possiede la tasca.

Google possiede una parte enorme dell’accesso all’informazione.

Meta possiede il social graph.

Microsoft possiede il desktop professionale.

Amazon possiede una parte rilevante del commercio digitale.

Nessuno possiede ancora il volto.

EssilorLuxottica, in un certo senso, parte già da lì.

La questione è capire se intende limitarsi a vestirlo.

O costruire ciò che verrà dopo lo smartphone.

Fonti

Written by Claudio