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Il grande buco nero digitale: chi controlla gli archivi può decidere quale storia ricorderemo

Il grande buco nero digitale: chi controlla gli archivi può decidere quale storia ricorderemo

Stiamo producendo più informazioni di qualsiasi civiltà precedente. Ma le abbiamo affidate a server, piattaforme e database controllati da pochi soggetti. Per cancellare il passato, domani, potrebbe non essere necessario bruciare un solo libro.

Per secoli la storia è sopravvissuta grazie a una caratteristica apparentemente banale della carta: una volta stampata, era estremamente difficile richiamarla indietro.

Un libro poteva essere censurato.

Un giornale poteva essere sequestrato.

Una biblioteca poteva essere incendiata.

Un regime poteva ordinare la distruzione di determinati testi.

Ma una volta che migliaia di copie erano finite in case, cantine, archivi, università, biblioteche e collezioni private, cancellarle tutte diventava un'impresa quasi impossibile.

Ed è anche per questo che oggi possiamo ricostruire la storia.

Gli storici aprono libri stampati centinaia di anni fa, confrontano giornali, lettere, registri, fotografie, diari. Scoprono contraddizioni. Recuperano documenti dimenticati. Confrontano ciò che un governo dichiarava pubblicamente con quello che altri scrivevano nello stesso momento.

La storia non è sopravvissuta perché qualcuno ne ha custodito una copia perfetta.

È sopravvissuta perché ne esistevano troppe copie perché qualcuno potesse controllarle tutte.

Oggi stiamo facendo esattamente il contrario.

Abbiamo trasformato la più grande parte della produzione informativa della nostra civiltà in qualcosa che può essere modificato, aggiornato, oscurato o cancellato agendo su un database.

E continuiamo a chiamarlo archivio.

Non abbiamo mai prodotto così tanta storia. E forse non è mai stata così vulnerabile

Ogni giorno produciamo una quantità di testimonianze che uno storico di cento anni fa non avrebbe nemmeno potuto immaginare.

Video. Fotografie. Articoli. Post. Podcast. Discussioni. Interviste. Riprese amatoriali. Telegiornali locali. Documenti pubblici. Interi dibattiti politici.

Probabilmente nessuna generazione precedente ha documentato la propria esistenza con una tale ossessione.

Eppure c'è un paradosso.

Potremmo essere contemporaneamente la generazione che produce più documenti della storia e quella che ne conserverà meno.

Non è soltanto un'ipotesi filosofica.

Nel 2024 il Pew Research Center ha analizzato quasi un milione di pagine web raccolte tra il 2013 e il 2023.

Il risultato è impressionante: un quarto delle pagine esistenti in quel periodo non era più accessibile nell'ottobre 2023.

Se si considerano soltanto quelle del 2013, la percentuale sale al 38%.

In appena dieci anni, più di una pagina su tre era già scomparsa.

E il fenomeno riguarda anche l'informazione: Pew ha rilevato che il 23% delle pagine di siti di notizie analizzate conteneva almeno un collegamento ormai non funzionante.

Non stiamo parlando dell'anno 1524.

Stiamo parlando del 2013.

Il problema non è che Internet dimentica. È chi può decidere cosa deve dimenticare

Il fenomeno del cosiddetto link rot, la progressiva morte dei collegamenti Internet, è già sufficiente a preoccupare gli archivisti.

Ma esiste un problema ancora più delicato.

Una pagina cartacea può essere distrutta.

Una pagina digitale può essere riscritta.

Un articolo pubblicato dieci anni fa può essere modificato oggi.

Un titolo può cambiare. Un paragrafo può scomparire. Una fotografia può essere sostituita. Un video può essere reso privato. Un account può essere cancellato. Un'intera piattaforma può chiudere.

E senza un sistema indipendente che conservi le versioni precedenti, il lettore del futuro potrebbe non avere nemmeno modo di sapere che qualcosa è cambiato.

Non è un caso che gli archivi professionali trattino questo problema con estrema serietà.

La National Archives and Records Administration statunitense richiede, per esempio, meccanismi di verifica dell'integrità dei file, checksum, registrazione delle operazioni effettuate sui documenti e controlli periodici, proprio per poter accertare che un documento digitale non sia stato alterato nel tempo.

In altre parole: un archivio digitale affidabile non è semplicemente una cartella piena di file.

Deve poter dimostrare che quei file sono autentici e che nessuno li ha cambiati.

L'UNESCO lo affermava già nel 2003 nella sua Carta per la conservazione del patrimonio digitale: il patrimonio digitale rischia di andare perduto, e sono necessari strumenti tecnici e giuridici capaci di garantirne l'autenticità e di proteggerlo da manipolazioni e alterazioni intenzionali.

Ventitré anni dopo, il problema è diventato immensamente più grande.

Perché una parte crescente della memoria collettiva non è conservata in archivi pubblici.

È conservata da aziende private.

Se domani YouTube decidesse che il passato costa troppo?

Facciamo un esperimento mentale.

YouTube decide che mantenere online determinati video più vecchi di quindici anni non è più conveniente.

Non tutti. Solo quelli con poche visualizzazioni. Quelli che non producono pubblicità. Quelli che nessuno guarda.

Dal punto di vista economico potrebbe perfino sembrare razionale.

Ma chi stabilisce oggi quali video saranno storicamente importanti nel 2070?

Probabilmente sopravvivrebbe il discorso di un presidente americano visto da cinquanta milioni di persone. Probabilmente sopravvivrebbe la finale dei Mondiali. Probabilmente sopravvivrebbero i grandi videoclip musicali.

Ma il problema sono gli altri.

Il piccolo canale che filmò una manifestazione locale. La testimonianza di un abitante durante una guerra. Un'intervista vista da duemila persone. Un telegiornale regionale. Una ripresa amatoriale di una piazza. Una conferenza ormai dimenticata.

Un video che oggi sembra insignificante e che tra cinquant'anni potrebbe dimostrare che una determinata cosa era conosciuta, discussa o contestata già allora.

È precisamente questo il lavoro dello storico: scoprire dopo ciò che nessuno aveva capito fosse importante prima.

La Library of Congress americana definisce infatti i siti web contenuti effimeri e a rischio: gli indirizzi cambiano, i contenuti vengono modificati e i siti possono scomparire completamente. Per questo esistono programmi specifici di web archiving.

Ma nemmeno questi archivi possono catturare tutto.

La stessa Library of Congress spiega che l'archiviazione avviene attraverso acquisizioni effettuate in momenti specifici, e che limiti tecnici possono impedire la conservazione completa di alcuni siti e contenuti.

L'Internet Archive, le biblioteche nazionali e gli altri progetti di conservazione sono quindi una straordinaria linea di difesa.

Ma il fatto stesso che siano necessari dovrebbe farci capire quanto sia fragile ciò che chiamiamo memoria digitale.

Ucraina: cosa leggerà uno storico nel 2070?

Prendiamo un tema sul quale oggi la propaganda, le accuse reciproche e la selezione delle informazioni hanno un peso enorme: la guerra tra Russia e Ucraina.

Nel racconto pubblico contemporaneo il 24 febbraio 2022 rappresenta inevitabilmente uno spartiacque.

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha definito l'azione russa un'aggressione contro l'Ucraina e, il 2 marzo 2022, ha chiesto con 141 voti favorevoli il ritiro delle forze russe.

Questo fa parte della documentazione storica.

Ma non è l'unico documento che uno storico dovrà consultare per capire come si è arrivati al 2022.

Bisogna tornare almeno al 2014.

All'annessione russa della Crimea, non riconosciuta dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che il 27 marzo 2014 riaffermò l'integrità territoriale dell'Ucraina.

Bisogna studiare la nascita delle repubbliche separatiste. Il coinvolgimento russo. La risposta militare ucraina. Gli accordi di Minsk. I bombardamenti. I morti civili. Le versioni contrapposte.

E soprattutto bisogna poter leggere quello che veniva scritto in quel momento, non soltanto ciò che ne diciamo oggi.

Nel 2014 l'OSCE documentava direttamente bombardamenti nelle zone residenziali di Donetsk e vittime civili.

Il 23 agosto di quell'anno i suoi osservatori entrarono in una zona residenziale gravemente colpita dall'artiglieria e trovarono tre cadaveri che, secondo i residenti, appartenevano a padre, madre e figlio.

Altri rapporti OSCE documentarono ospedali ed edifici civili danneggiati, mercati colpiti e ulteriori vittime. In diversi casi gli osservatori potevano verificare il bombardamento ma non attribuirne con certezza la responsabilità.

Anche la stampa internazionale raccontava questi episodi.

Nell'agosto 2014 l'Associated Press, ripresa dal Guardian, riferiva di civili uccisi nei bombardamenti di Donetsk e raccoglieva testimonianze di residenti che ritenevano che alcuni colpi provenissero dalle forze ucraine; lo stesso articolo ricordava contemporaneamente la presenza di lanciarazzi separatisti nelle aree interessate e l'intero contesto del conflitto.

Un altro reportage dello stesso periodo riportava testimonianze secondo cui forze governative ucraine stavano sparando artiglieria dalle vicinanze di un villaggio a sud di Donetsk, mentre documentava anche accuse rivolte ai separatisti.

Questi documenti non dimostrano che una delle due narrazioni politiche contemporanee sia "quella vera".

Dimostrano qualcosa di molto più importante per il nostro discorso: il passato era complicato anche mentre accadeva.

Ed è proprio quella complessità che dobbiamo conservare.

Immaginate di cancellarne metà

Facciamo adesso l'esperimento più inquietante.

Supponiamo che tra vent'anni rimangano facilmente disponibili soltanto i documenti relativi all'invasione del 2022.

Uno storico potrebbe ricostruire una determinata sequenza degli eventi.

Ora immaginiamo il contrario.

Scompaiono progressivamente gli archivi internazionali relativi all'annessione della Crimea e al coinvolgimento russo, mentre rimangono centinaia di testimonianze sui bombardamenti subiti dagli abitanti del Donbass.

La percezione storica potrebbe cambiare radicalmente.

Non è necessario falsificare un singolo documento.

Basta scegliere quali documenti sopravvivono.

Questa è forse la forma di manipolazione più sofisticata della memoria.

Non devi inventare il falso.

Devi eliminare una parte del vero.

E ciò che rimane costruirà da solo la narrazione.

La censura perfetta non cancella una frase. Cancella il contesto

Quando pensiamo alla censura immaginiamo qualcuno che prende una penna nera e oscura una riga.

Ma il potere sull'informazione può essere molto più raffinato.

Se possiedo un archivio di un milione di documenti e ne faccio sparire sistematicamente centomila, i novecentomila rimasti possono essere tutti perfettamente autentici.

Eppure l'archivio nel suo complesso può raccontare una storia completamente diversa.

È qui che il digitale cambia radicalmente il rapporto tra memoria e potere.

La possibilità di modificare i documenti esisteva anche prima.

I governi hanno sempre censurato. Gli editori hanno sempre scelto cosa pubblicare. Gli storici hanno sempre interpretato. La propaganda non è stata inventata da Internet.

Ma la carta possedeva una caratteristica che oggi rischiamo di sottovalutare: la sua decentralizzazione era incorporata nel supporto stesso.

Una volta stampate diecimila copie di un giornale, quelle diecimila copie smettevano materialmente di essere controllabili dall'editore.

Nel digitale, invece, dieci milioni di persone possono leggere lo stesso identico file conservato su un server controllato da una sola organizzazione.

Abbiamo moltiplicato i lettori.

Non necessariamente abbiamo moltiplicato le copie indipendenti.

Ed è una differenza enorme.

Amazon ci ha già mostrato cosa significa

Nel 2009 accadde qualcosa che oggi sembra quasi scritto appositamente per questo dibattito.

Amazon cancellò da remoto, da alcuni dispositivi Kindle, copie digitali di due libri che gli utenti avevano già acquistato.

I titoli?

1984 e La fattoria degli animali, di George Orwell.

Le copie erano state distribuite da un soggetto che non possedeva i necessari diritti e Amazon rimborsò gli utenti. L'azienda riconobbe successivamente che la cancellazione da remoto era stata una pessima decisione e Jeff Bezos si scusò.

Non fu un atto di censura politica.

Ma dimostrò qualcosa che fino a quel momento molti consumatori non avevano realmente compreso: qualcuno dall'altra parte della rete poteva entrare nella loro biblioteca digitale e far sparire un libro.

Provate a trasferire lo stesso concetto nel mondo fisico.

Comprate 1984 in libreria. Lo portate a casa. Lo mettete sul comodino.

Una settimana dopo la libreria scopre di avervi venduto un'edizione che non poteva commercializzare.

Di notte qualcuno entra nel vostro appartamento, prende il libro, lo porta via e lascia sul tavolo i soldi che avevate pagato.

Tecnicamente siete stati rimborsati.

Ma probabilmente la discussione sulla proprietà assumerebbe immediatamente un tono diverso.

Nel digitale abbiamo accettato capacità di controllo che nel mondo fisico considereremmo surreali.

Non è il digitale il problema. È il digitale centralizzato

Qui bisogna però evitare una conclusione troppo semplice.

Il digitale non è necessariamente più fragile della carta.

Potenzialmente è l'esatto contrario.

Un documento digitale può essere copiato milioni di volte senza degradarsi. Può essere conservato contemporaneamente in cento Paesi. Può essere firmato crittograficamente. Si può calcolare un hash che permetta di verificare se anche un solo bit è stato modificato. Può essere distribuito tra università, biblioteche, privati e archivi indipendenti.

Un sistema progettato in questo modo potrebbe produrre una memoria storica incredibilmente resistente.

Il problema non è quindi digitale contro carta.

Il vero problema è digitale centralizzato contro memoria distribuita.

Quando il documento originale, il sistema di pubblicazione, l'archivio e perfino il meccanismo attraverso cui lo cerchiamo appartengono allo stesso soggetto, la nostra memoria dipende inevitabilmente dalle sue decisioni.

Economiche. Politiche. Legali. Tecniche. O semplicemente aziendali.

Abbiamo privatizzato la memoria della civiltà

Ed è probabilmente questa la domanda che dovremmo iniziare a porci seriamente.

YouTube non è un archivio nazionale. Google non è una biblioteca pubblica. Facebook non è un museo. Amazon non è il depositario universale della letteratura. TikTok non è un istituto storico. X non è un archivio di Stato.

Sono aziende.

Possono naturalmente decidere di conservare enormi quantità di dati. E possono fare un lavoro straordinario nel renderli accessibili.

Ma la loro funzione primaria non è garantire agli storici del 2126 la possibilità di ricostruire fedelmente la società del 2026.

La loro funzione è gestire un'attività economica.

Abbiamo quindi compiuto, quasi senza accorgercene, un esperimento senza precedenti: abbiamo affidato una parte enorme della memoria della nostra civiltà a soggetti che non hanno alcun obbligo storico di conservarla per sempre.

E forse abbiamo commesso l'errore di confondere due concetti completamente differenti.

Essere online.

Essere archiviato.

Non sono la stessa cosa.

Il Ministero della Verità potrebbe non aver bisogno di esistere

George Orwell immaginava un sistema nel quale il passato veniva continuamente corretto affinché fosse compatibile con il presente.

Servivano uomini. Servivano uffici. Servivano documenti da distruggere e ristampare.

Nel mondo digitale il meccanismo potrebbe essere infinitamente più semplice.

Modificare una pagina. Cancellare un video. Chiudere un account. Cambiare un database. Far sparire una copia dalla ricerca. Lasciare morire un dominio. Aspettare.

Non è neppure necessario impedire a qualcuno di parlare.

Può bastare fare in modo che, vent'anni dopo, nessuno riesca più a trovare quello che aveva detto.

Ed è questa forse la differenza più inquietante tra la censura tradizionale e la possibile censura del futuro.

La censura tradizionale cerca di impedire alle persone di conoscere qualcosa oggi.

Il controllo della memoria digitale può impedire alle persone di sapere, domani, che quella cosa sia mai esistita.

Per bruciare un milione di libri servono uomini, camion, benzina e tempo.

Per cancellare un milione di file può bastare una query.

Ed è per questo che la più grande battaglia culturale dell'era digitale potrebbe non essere stabilire chi ha il diritto di pubblicare.

Potrebbe essere stabilire chi ha il diritto di cancellare.

Perché chi controlla l'informazione controlla il presente.

Ma chi controlla gli archivi possiede qualcosa di ancora più potente: la possibilità di decidere quale presente diventerà storia.

Fonti

Written by Claudio